Apartheid in Sudafrica: storia, ideologia e conseguenze

Dalla segregazione razziale alla democrazia multietnica: un percorso di lotta, resistenza e speranza
   Pubblicato:   sabato 17 gennaio 2026
   Redatto da:  Toto
   Fonte, citazioni, bibliografia e sitografia:
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www.missioniafricane.it
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Nazioni Unite – Risoluzione 3068 (XXVIII), 30 novembre 1973
African National Congress (ANC) – storia e fondazione
Biografie di Nelson Mandela, Albert John Lutuli, Oliver Tambo
Documentazion
“Ricordare la storia per capire il presente”: conoscere eventi tragici come l’apartheid in Sudafrica è fondamentale per comprendere le dinamiche sociali e culturali che ancora oggi influenzano il Paese. Il termine “apartheid”, in afrikaans, significa letteralmente “separazione” e indica il sistema di segregazione razziale istituito dalla minoranza bianca, durato ufficialmente dal 1948 al 1994.
Fin dai primi insediamenti dei coloni europei nel XVII secolo, la popolazione nera sudafricana, in particolare di etnia bantu, subì discriminazioni. I bianchi, soprattutto afrikaner (discendenti degli olandesi) e britannici, si insediarono come minoranza privilegiata. Gli afrikaner svilupparono un’ideologia chiamata Afrikanerdom, secondo cui Dio li aveva scelti per civilizzare l’Africa meridionale e diffondere la religione cristiana protestante. Questa visione fu rafforzata da organizzazioni come il Broederbond, che elaborò la dottrina del nazionalismo cristiano e teorizzò le basi dell’apartheid.
Nel 1948, il National Party vinse le elezioni e introdusse ufficialmente l’apartheid. La popolazione fu divisa in categorie razziali: bianchi, neri, coloured (meticci) e indiani. Le leggi discriminatorie regolavano ogni aspetto della vita quotidiana: segregazione dei Bantustan, accesso limitato a istruzione, lavoro e servizi, divieto di matrimoni e rapporti interrazziali, esclusione politica dei non-bianchi.
Tra gli architetti principali del sistema vi furono Daniel François Malan, Johannes Gerhardus Strijdom e Hendrik Frensch Verwoerd, che costruirono un apparato legislativo e poliziesco per controllare la società e consolidare il potere degli afrikaner.



La lotta contro l’apartheid fu guidata dall’African National Congress (ANC), fondato nel 1912. Leader come Albert John Lutuli e soprattutto Nelson Mandela, insieme a Oliver Tambo e Walter Sisulu, guidarono la resistenza politica e legale. La Lega Giovanile dell’ANC e lo studio legale Tambo e Mandela offrirono assistenza alla popolazione nera privata di diritti.
La resistenza prevedeva sia metodi non violenti sia azioni armate tramite Umkhonto we Sizwe, soprattutto dopo eventi tragici come la strage di Sharpeville nel 1960, in cui 69 manifestanti furono uccisi dalla polizia. Mandela fu arrestato nel 1962 e trascorse 27 anni in carcere, continuando a studiare legge e progettare un Paese multirazziale.
Negli anni ’70 e ’80, il Sudafrica subì isolamento internazionale: espulsione dal Commonwealth (1961), embargo sugli armamenti e sugli investimenti e esclusione dalle Olimpiadi (Tokyo 1964).
Nel 1989, il presidente F.W. de Klerk avviò il dialogo con Mandela, riconobbe l’ANC e iniziò a smantellare le leggi razziste. Nel 1990 Mandela fu liberato e, nel 1994, con le prime elezioni democratiche a suffragio universale, divenne presidente del Sudafrica. La data del 27 aprile 1994 è celebrata come Giornata della Libertà.
Oggi le disuguaglianze persistono: i neri rappresentano l’81,4% della popolazione, i bianchi il 7,3%, i mulatti l’8,2% e gli indiani il 2,7% (dati 2011). Molti neri vivono ancora in povertà, con accesso limitato a istruzione e lavoro ben retribuito. Nonostante la nascita di una classe media nera, il cammino verso una vera uguaglianza è ancora lungo.



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